Corrado Bacci – in memoriam

 

 CORRADO BACCI

 

Firenze 26 settembre 1927 – Stia 15 febbraio 2019


Per tutti gli avvocati italiani era diventato “il mitico Bacci”. Anche per chi non lo aveva conosciuto di persona, ma aveva sentito parlare delle sue iniziative e dei suoi interventi.

E veramente bisogna dire che Corrado era stato, soprattutto negli anni ’70 fino ai ’90 del secolo scorso un punto di riferimento per gli avvocati fiorentini, ma anche più generalmente italiani.

Era nato povero, senza padre, ma fin da piccolo aveva dimostrato iniziativa e genialità. Aiutato da parenti, era riuscito d’impeto a compiere gli studi al liceo classico e poi a laurearsi in giurisprudenza. Mentre studiava, si manteneva facendo cento mestieri, come poteva in quel tempo di guerra e di dopoguerra quali furono gli anni ’40. Narrava lui stesso di aver lavorato come inserviente per le truppe americane di occupazione, di aver fatto la comparsa teatrale per le opere liriche del Maggio Musicale, di aver infine lavorato come ragazzo tuttofare nello studio di un famoso avvocato fiorentino.

Non poteva, un genio come lui, non sfruttare l’occasione che gli si presentava, di diventare praticante e di conseguire l’abilitazione alla professione forense. E, memore delle sue disagiate origini nonché delle sue esperienze come lavoratore precario, si dedicò particolarmente alla difesa dei lavoratori e dei più diseredati.

Ma, detto questo, non si è ancora detto nulla; perché le qualità di Corrado rifulsero in particolare nell’attività latu sensu politica. Era comunista, tesserato e attivo: ma la sua fede politica era fortemente temperata e condizionata da un fondamentale spirito critico, beffardo e dissacrante, tipicamente fiorentino, che lasciava interdetti i puri fideisti che rinunciavano al pensiero autonomo. Per dirne una, ai tempi in cui la sinistra organizzava in ogni dove manifestazioni e cortei contro la guerra americana in Vietnam, il partito organizzò una marcia e fiaccolata in territorio pistoiese, da Olmi a Bottegone, con comizio finale. Corrado – con la rappresentanza fiorentina e pratese – partecipò disciplinato e compunto. Al termine della manifestazione, in presenza dei massimi dirigenti, commentò sarcastico: “Sai come gli girano le palle, ora, a Mac Namara!” (ministro della difesa americano).

Era questa la cifra di Corrado: aveva slancio ed entusiasmo da vendere, ma difficilmente perdeva l’ acuto senso del ridicolo, a cui dedicava le sue frecciate più gustose. L’avvocatura era la sua passione, ne partecipava interamente i fondamenti ideali, credeva fermamente nella missione dell’avvocato come protettore dei deboli e degli oppressi, e come tutore democratico del diritto, ma irrideva ai comportamenti dell’avvocatura istituzionale paludata e amante degli orpelli, come se ne vedevano ai tempi in cui imperava un notabilato forense pieno di sussiego. Ma al tempo stesso, giustamente detestava quegli avvocati che – per pochezza di cultura e di moralità – esercitavano la professione a forza di espedienti, di trucchi, di sgambetti, di furberie meschine.

Fu così che Corrado immaginò una delle sue iniziative più clamorose, nata intorno al 1970 in un gruppo di amici, e cioè l’istituzione pubblica dell’”albo dei merdaioli” a cui avrebbero dovuto contribuire le segnalazioni di tutti coloro che avevano patito scorrettezze o sgarbi da colleghi estranei ad ogni senso di cortesia o di solidarietà. L’iniziativa ridanciana fece rumore, ci fu chi la prese sul serio e paventò reati di diffamazione, ci fu chi, avendo la coda di paglia, si spaventò: e tutto sommato, dai capannelli che occasionalmente si formavano nei corridoi dei vecchi palazzi giudiziari di San Firenze o di San Martino, e si allargavano a nuovi giovani incuriositi dalla faccenda, finì per crearsi quello che Corrado stesso vantava di aver creato, cioè il “gruppo spontaneo” di cultura e di politica forense, che arrivò a contare un centinaio di partecipanti alle cene del giovedì.

Da qui a un’organizzazione più seria e strutturata, l’occasione venne da alcuni anziani colleghi che nel 1948 avevano costituito il Sindacato degli avvocati di Firenze, fra cui l’indimenticabile signore e gentiluomo Sergio Castelfranco, i quali esortarono i giovani del “gruppo spontaneo” a confluire senz’altro nel Sindacato. Essi avrebbero così potuto esprimere al meglio le loro aspirazioni a una più intensa formazioni morale e politica dell’avvocatura, stante anche il collegamento dell’associazione con la FeSAPI (Federazione dei sindacati degli avvocati e procuratori italiani). Di questa confluenza, realizzatasi nel 1972, Corrado fu protagonista assoluto, come personaggio prestigioso per capacità e intelligenza, tanto che in occasione del Congresso FeSAPI di Vicenza (1974) fu senz’altro eletto come membro della Segreteria nazionale.

Da allora in poi la storia di Corrado si identifica con una intensissima partecipazione alle vicende istituzionali e associative dell’avvocatura italiana: aveva un’oratoria, semplice ma non rozza, portatrice di quando in quando di dotte citazioni classiche e di gustose battute toscane, un’oratoria che affascinava e teneva in pugno l’attenzione delle assemblee, e finiva per guidare l’opinione dei consessi. Il vertice della sua popolarità si realizzò nelle celebri infuocate Assemblee generali di Rimini 1 (1982) e Rimini 2 (1990) indette per trovare una soluzione pratica alla rappresentanza politica dell’avvocatura. Corrado aveva ormai varcato la sessantina, ma era sempre un trascinatore entusiasmante. Fu allora, e poi nel Congresso Forense di Maratea nel 1984, che fra tutti gli avvocati italiani nacque la figura del “mitico” Bacci.

Nel 1986, in occasione di un consiglio nazionale FeSAPI a Varese, Corrado incontrò per caso Pietro Ingrao (alto dirigente del PCI) col quale era in confidenza, e gli parlò dello stato deplorevole della giustizia rimasta senza alcuna considerazione primaria da parte dei governi che si erano succeduti. Ne nacque l’idea di convocare, per la prima volta nella storia italiana, una Giornata Nazionale della Giustizia che, organizzata dal Sindacato degli Avvocati a Firenze in Palazzo Vecchio, relatore principale Corrado Bacci, ebbe la partecipazione dei più alti esponenti dei partiti, sia di governo che di opposizione, finalmente risvegliati da lunga indifferenza riguardo al problema.

Nel 1983, al Congresso FeSAPI di Sorrento, Corrado si era presentato candidato a Segretario Generale, ma gli elettori gli preferirono (per pochi voti) Giuliano Pelà; dal 1989 fu consigliere dell’Ordine di Firenze e aspirava ad esserne eletto presidente, ma fu invece eletto Luca Saldarelli. Di queste sconfitte non si capacitava, le considerava come un insulto alla sua dedizione all’avvocatura, si deprimeva; fu necessario spiegargli che la sua era una personalità da tribuna e non da scranno, e che comunque la tribuna non gli sarebbe mai mancata, perché quella non dipende da elettori diffidenti. Ma non si acquietava. Quando l’Associazione Nazionale Forense (erede della FeSAPI e del Sindacato Nazionale) lo acclamò presidente onorario, Corrado acidamente commentò: “ecco, mi hanno seppellito sotto una lapide elogiativa”.

Ma la tribuna non gli mancò mai: anche sotto forma di piacevolissime riunioni e simposi fra amici e ammiratori. Egli era infatti anche tipico uomo da spettacolo, attore, cantante (aveva una bella voce da tenore), presentatore, comico da cabaret. Fu sua l’iniziativa di radunare attorno a sé suonatori, sia di mestiere che dilettanti, per intense serate di musica e di canzoni. Gli piaceva il buon cibo e il buon vino, e andava anche pontificando – a volte, bisogna dire, a sproposito – in materia di culinaria e di gastronomia.

Nel corso della sua vita animatissima aveva avuto occasione di conoscere e di allacciare amicizie con numerose celebri personalità, del mondo della politica, del mondo della cultura, del mondo dell’arte; se ne sentiva sempre il frutto nei suoi discorsi, nei quali non si vantava fatuamente di tali importanti conoscenze, ma nei quali riemergevano ogni tanto i contributi di conoscenza e di sapienza che da tali frequentazioni gli erano derivati. Stette perciò nella società civile e politica come partecipante attivo e geniale, ma tutt’altro che superbo di sé stesso e delle proprie conoscenze; anzi, si può dire che fosse un sentimentale generoso, capace di amare ma bisognoso di essere amato, come forse gli urgeva nell’animo provato dalle vicissitudini della nascita e della vita giovanile.

Oggi il ricordo di lui si va facendo evanescente; da molto tempo si era ritirato, solitario, in una casa immersa in una foresta casentinese, tagliando i ponti con quell’avvocatura che aveva tanto amato e a cui aveva tanto dato, e i giovani avvocati non sanno nulla di lui. Valga questa commemorazione a mantenerne viva la figura, di cui l’Ordine di Firenze e il Sindacato degli Avvocati possono giustamente onorarsi.